“Avi du occhi ca parunu du stiddi”: l’arcivescovo Renna richiama Catania alla fede di Sant’Agata. L’omelia della Messa dell’Aurora

“Avi du occhi ca parunu du stiddi”: l’arcivescovo Renna richiama Catania alla fede di Sant’Agata. L’omelia della Messa dell’Aurora

CATANIA – «Avi du occhi ca parunu du stiddi». Con queste parole, antiche e cariche di devozione popolare, l’arcivescovo Luigi Renna ha salutato l’uscita del busto reliquiario di Sant’Agata dalla “cammarredda”, all’alba del giro esterno della festa con l’omelia della Messa dell’Aurora. Mentre il sole sorgeva sulla città, il presule ha invitato i fedeli a riconoscere in quegli occhi la luce di Cristo che ancora oggi illumina il cammino di Catania.

Davanti a una folla composta da catanesi e pellegrini giunti da ogni parte del mondo, l’arcivescovo ha posto una domanda centrale: «Chi siamo venuti a vedere?». Riprendendo le parole del Vangelo su Giovanni Battista, ha ricordato che Agata non fu «una canna sbattuta dal vento», ma una donna solida come una colonna, capace di rifiutare compromessi e promesse di una vita agiata pur di restare fedele a Cristo.

Una città che ritrova la strada. L’omelia della Messa dell’Aurora

Ogni anno, ha sottolineato Renna, Catania ha bisogno di rimettersi in cammino sui passi della sua Patrona. Sant’Agata diventa così una bussola spirituale, capace di orientare anche quando il Vangelo sembra lontano dalla cultura e dalle scelte quotidiane. «Siamo venuti a vedere una donna che ci indica la strada, guardando avanti, verso Cristo e il futuro», ha detto.

Il ricordo delle reliquie custodite in Cattedrale da nove secoli ha offerto lo spunto per riflettere sull’identità della città: quel corpo martoriato e poi pietosamente raccolto ha riunito generazioni di fedeli, trasformando membra sparse in una comunità.

Il corpo di una martire e la dignità della vita

L’arcivescovo ha dedicato un passaggio intenso al significato del martirio. Citando sant’Agostino – «la causa, non la pena, fa i martiri di Cristo» – ha distinto la testimonianza di fede di Agata da altre morti ingiuste della storia contemporanea, ricordando figure come don Pino Puglisi e Rosario Livatino.

Un pensiero particolare è stato rivolto alle donne vittime di violenza: «Sentite Agata sorella nelle vostre sofferenze», ha esortato, augurando che la sua fortezza d’animo possa sostenere chi ancora oggi subisce abusi nel corpo e nel cuore.

Renna ha poi allargato lo sguardo alle tante forme di offesa alla dignità umana: dalla tratta delle donne all’uso distorto della sessualità, dall’abbandono degli anziani alle dipendenze, fino alla violenza delle guerre e delle armi. Parole dure contro chi, pur dicendosi devoto, custodisce illegalmente strumenti di morte: «Non puoi amare le armi e dirti cristiano; non puoi indossare il sacco e tenere un tirapugni».

Il coraggio dei “sì” che costruiscono

Nell’ultima parte dell’omelia, l’arcivescovo ha riflettuto sul valore dei “sì” che danno forma alla vita: quello del battesimo, quello all’amore familiare e quello alle responsabilità civili ed ecclesiali. Un appello diretto è stato rivolto a imprenditori e politici affinché operino per il bene comune con onestà, dialogo e visione, senza cedere alla tentazione di promesse vuote o strumentalizzazioni della fede.

Un chicco di grano che porta frutto

Concludendo, Renna ha richiamato l’immagine evangelica del chicco di grano che, morendo, porta frutto. Sant’Agata, unita a Cristo nel martirio, continua a generare vita nella sua città: «Possiamo essere tutti degni di portare per le strade di Catania questo sacro corpo, di seguire ogni giorno dell’anno i suoi passi e di dirle che i suoi occhi sono come stelle».