Canto delle Clarisse, così Catania saluta Sant’Agata prima del rientro in Cattedrale

Canto delle Clarisse, così Catania saluta Sant’Agata prima del rientro in Cattedrale

CATANIA – Preghiera e devozione. È sulla base di questi princìpi che prende vita uno dei momenti più suggestivi della festività di Sant’Agata: il Canto delle Clarisse.

A intonarlo sono le Benedettine del Santissimo Sacramento, suore di clausura dell’omonimo monastero situato in via Crociferi. Proprio in queste ore le monache si preparano al passaggio della Patrona di Catania, a cui – nella giornata di oggi, venerdì 6 febbraio – dedicheranno un canto devozionale. Un rito annuale senza il quale il percorso della Santa, che tra qualche ora rientrerà in Cattedrale, non può ritenersi completo.

A fare da sottofondo alle voci soavi delle monache è il suono delle campane che accompagnano il canto, generando un’atmosfera di pace e profonda spiritualità. Un momento di preghiera collettiva capace di abbattere metaforicamente perfino il cancello che separa le monache, protagoniste della vita di clausura che hanno scelto, dai devoti che invece ogni anno si impegnano a far riscoprire alla Santa l’amore che ogni angolo della città di Catania continua puntualmente a riservarle.

Un “tuffo nel passato”: le radici della tradizione

Sebbene ormai da qualche anno il Canto delle Clarisse sia un momento caratteristico della giornata del 6 febbraio, è bene ricordare che non è sempre stato così.

In precedenza l’inno di devozione avveniva qualche ora prima, nel buio della notte che garantiva un momento di riflessione e spiritualità ancora maggiore. Complici in questo senso le tempistiche prolungate con cui negli ultimi anni la Santa attraversa le vie cittadine, rimandando il più possibile il rientro in Cattedrale, così da consentire ai fedeli di sentirsi protetti un po’ più a lungo nel suo “abbraccio“.

Il Canto

La preghiera intonata dalle Clarisse è stata composta da Filippo Tarallo, un noto volto napoletano tra i musicisti che hanno lasciato il segno tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Il mottetto dedicato alla Patrona risale al 1908 e il testo, in latino, è un ringraziamento che Sant’Agata rivolge a Dio per averle dato la forza di superare, tramite la sua infinita fede, le torture dei suoi carnefici.

Agata, felice, mentre entrava all’interno del carcere con le mani aperte pregava Dio con tutta l’anima: ‘Signore Gesù Cristo, buon maestro, ti chiedo una grazia: Tu che mi hai fatto superare le torture dei carnefici, fa che possa giungere, o Signore, felicemente alla tua gloria eterna’“.

– La preghiera, tradotta dal latino