James Brown: l’anima della voce soul

James Brown: l’anima della voce soul

Nella stanza buia a scandire il silenzio della vita erano le lancette del ticchettio di quell’orologio che rimbombavano come tuoni nella notte e lo scoppiettio della legna che lentamente bruciava nel camino e che lo irradiava di calore, quello stesso calore che non aveva mai conosciuto né ricevuto, dal primo giorno che era venuto al mondo. I suoi occhi grandi e neri fissavano il fuoco e sedeva su quella poltrona dove era stato proclamato “re” in questa terra, mentre la sua mente vagava tra i ricordi di quel tempo che ormai non c’era più ma che custodiva dentro di sé per non dimenticare mai chi era stato e chi era diventato.

Oggi nell’era del benessere e della tecnologia è impensabile che un bambino di soli sei anni potesse andare a lavorare come lustrascarpe o a raccogliere cotone nei campi. Eppure c’è stato chi l’ha fatto e anche di peggio. Molti non sanno che “Mr.Dynamite” o “The king of R&B” o “The godfather of the suol”, erano solo alcuni dei nomi che vennero dati ad un uomo che oggi per fama e grandezza, di un’esistenza che si divide tra genio e sregolatezza, ha lasciato un patrimonio artistico tra i più ricchi di tutti i tempi. Si, perché James Joseph Brown nasce in una baracca di campagna nella Carolina del sud in condizioni di marcato disagio, il 3 Maggio del 1933. Venne strappato ancora in fasce all’amore più puro e sacro che solo una madre può darti e non ancora decenne il padre lo diede in affidamento ad un bordello, quello stesso luogo che l’aveva accolto come il “figlio del niente” ma anche come recluta a caccia di clienti.

La sua vita era così disordinata e insignificante che tutto quello che ai suoi occhi appariva affascinante in realtà poi si rivelava un nodo alla gola. Come quello che ebbe all’età di 12 anni, privato della sua libertà perché arrestato per rapina a mano armata, finì per tre lunghi anni dietro le sbarre in una scialba e lurida stanza di un carcere che lo nutrì non solo di pane ma di qualcosa in più. Dividerà, infatti, la stanza con Bobby Byrd, un musicista squattrinato ma grande cultore di musica e che sarebbe poi divenuto per molto tempo la seconda voce sul palco e in studio di James. Byrd raccontò del gospel, del jazz, dello swing, del Rhythm & blues a James e ogni singola parola ogni singola nota erano ormai tatuate nella sua anima.

Alla fine degli anni quaranta firma il suo primo contratto discografico con la sua prima band: The Flames. Ma James ha qualcosa dentro che deve assolutamente far conoscere al mondo intero: la sua voce soul e il suo modo di stare sul palco, il suo modo carismatico di ballare che partorirà artisti che ne saranno ispirati come Michael Jackson e Prince.

Nel 1956 arriva al successo con il singolo “Please, please, please”, “Papa’s got a new brand” e “I got you” (I feel good) dove il sound travolgente e innovativo, viene accompagnato da movimenti del corpo sinuosi a ritmo di quella danza che di certo ha del divino: il “re” era arrivato.

James cresce, si evolve e si trasforma in ciò che veramente sa di essere: il padrone incontrastato della musica soul. Sa che attraverso la sua arte può trasmettere messaggi su temi sociali o esistenziali, come l’importanza dell’istruzione e come migliorare la propria condizione individuale. Emozionante e sconvolgente capace ancora, a distanza di anni, di farti sentire quel brivido che altro non è che una lacrima che silenziosa si affaccia alla vita per andarsene, l’interpretazione del brano “It’s a man’s man’s man’s world” là dove il suo grido va alla ricerca forsennata dell’amore di quella donna, la madre, che non ha mai potuto vedere né mai sentire il battito del suo cuore: “This is a man’s world but wouldn’t be nothing, nothing without a woman or a girl”, ”questo mondo è dell’uomo ma sarebbe niente, niente senza una donna o una ragazza”.

Affermerà che l’America è uno dei pochi paesi dove uno possa iniziare come lustrascarpe ed arrivare a stringere la mano al Presidente e lo fa col brano colonna sonora del film Rocky IVLIVING IN AMERICA”. Ma lui è anche la macchina che sconvolge tutti gli equilibri dei fans in delirio e anche di coloro che pensino di essere ben distanti dal suo “genio”.

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“Sex machine” arriva nel 1971. Quello stesso “genio” deciderà di abbandonare questa vita il 24 Dicembre 2006, sicuro ormai di avere portato a lieto fine la propria missione perché oltre alla musica James Brown sapeva di dover dare al mondo qualcosa in più che lui aveva attinto da tutte le sofferenze che non l’avevano reso cieco, altresì, caparbio e forte come una roccia. Lui stesso affermò in un intervista: “Bisogna smettere di piangersi addosso e rialzarsi per combattere nella vita”. E noi sappiamo quanta forza è possibile attingere da queste parole. W il re!

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