Il caso della Formazione professionale in Sicilia

Il caso della Formazione professionale in Sicilia

CATANIA – La manifestazione del 14 settembre 2015 davanti alla prefettura di Catania da parte dei lavoratori della Formazione professionale riapre l’annosa questione della riforma del settore da più parti proposta ma sempre procrastinata.

La formazione professionale siciliana, settore definito qualche anno fa dall’ex Governatore Lombardo come “un’anomalia”, “un campo minato” è un intricato sistema di interessi e bisogni insoddisfatti ma, al tempo stesso, settore fondamentale (accanto ai servizi per l’impiego) per la lotta alla disoccupazione nell’isola.

La rilevanza del sistema formativo quale strumento di sostegno all’inserimento lavorativo trova ampio riscontro a livello culturale e nelle normative di garanzia allo studio e di sostegno alla formazione. Con la legge 21 dicembre 1978, n. 845 la normativa in materia di formazione professionale assume l’assetto tutt’ora in vigore.

Quasi quarant’anni di storia che hanno garantito il principio costituzionale dell’istruzione e dell’inserimento lavorativo. La legge 845/78, inoltre, introduce una normativa organica in materia, comprendente disposizioni relative ai disabili specificando sia le competenze legislative sia quelle amministrative sottolineando che spetta alle regioni: la promozione di interventi idonei di assistenza psico-pedagogica, tecnica e sanitaria nei confronti degli allievi affetti da disturbi del comportamento o da menomazioni fisiche o sensoriali al fine di assicurare loro il completo inserimento nell’attività formativa e favorirne l’integrazione sociale (art. 3, comma 1, lett. a); la qualificazione professionale degli invalidi e dei disabili, nonché gli interventi necessari ad assicurare loro il diritto alla formazione professionale (art. 4, comma 1, lett. d); le iniziative formative dirette alla rieducazione professionale di lavoratori divenuti invalidi a causa di infortuni o malattia (art. 8, comma 1, lett. g).

Con l’estensione dell’obbligo scolastico (legge delega n. 53/03) e dell’obbligo formativo per almeno 12 anni, ovvero sino al conseguimento di una qualifica professionale entro il 18º anno di età, si estende conseguentemente anche il numero degli allievi che si rivolgono alla Formazione regionale.

Il mondo della Formazione, quindi, vede coinvolti, in azioni congiunte, sia le Imprese e loro associazioni, sia le Camere di Commercio, sia l’Unioncamere regionale, in quanto osservatorio e centro ricerche sul mondo siciliano delle imprese e del lavoro, sia i sindacati dei lavoratori: un lavoro complesso che avrebbe dovuto mirare a capitalizzare la spesa di finanziamento della legge 24/76 non relegandola a semplice posta passiva di bilancio. In questi quasi quarantanni sfortunatamente invece di creare un circolo virtuoso di formazione – lavoro – integrazione, si è creato un vortice di asservimento e scambi di privilegi che hanno reso statico un settore che doveva per definizione essere dinamico.

Formazione: il giorno della protesta

Una riforma, specie in un momento di crisi economica, era assolutamente necessaria ma se in un primo momento con la creazione dei Fondi Europei si propose di utilizzarli per sgravare le spese del bilancio regionale, in realtà si attuò un lento cambiamento facendo un uso sistematico di circolari ma non varando una reale riforma. Tale situazione portò alla destrutturazione di buona parte dei diritti acquisiti dai lavoratori del settore che, seppur non cancellandoli, li rese di difficile attuazione. L’istituzione dell’albo dei formatori sembrava quantomeno ristabilire un certo criterio nelle assunzioni del personale formatore.

Tra scandali, inchieste, arresti, sospensioni coloro che realmente hanno subito danni incalcolabili sono i formatori e gli allievi. I formatori, che attendono per mesi e mesi gli stipendi vivendo in un precariato di difficile comprensione, e gli allievi cui viene negato il diritto costituzionale alla formazione. C’è chi ha lavorato 15 o più anni nella formazione e ora si ritrova senza lavoro e senza alcun tipo di garanzia sociale. Su 8.096 lavoratori ufficiali solo 4.397 lavorano stabilmente, ma di questi 934 sono dipendenti di enti che hanno in corso le procedure di mobilità, 613 sono in contratto di solidarietà difensivo e 893 operatori degli ex sportelli multifunzionali sono in attesa di conoscere il proprio destino. Di fatto solo il 24,17% percepisce una retribuzione quasi regolare. Da mesi il Governo regionale promette rapidi interventi che, di fatto, non ci sono stati. Da novembre 2014, periodo in cui si attendeva il decreto d’attuazione del terzo anno dell’Avviso 20, il piano triennale per la formazione regionale, i lavoratori sono rimasti in balia di un incerto destino. Il mancato accordo tra alcuni enti e l’Inps ha portato al totale abbandono di molti dipendenti che non hanno neppure potuto usufruire degli ammortizzatori sociali. 

Formazione: il giorno della protesta

Ci ritroviamo qui ad un anno preciso dalla manifestazione dell’anno scorso ma la situazione è rimasta invariata. L’assessorato, nonostante le promesse, non ha ancora fatto nulla e non ha sbloccato la riassunzione dei dipendenti della formazione professionale nell’ambito regionale – afferma Laura Bonifacio dei Cobas Catania – e siamo tutti ‘fuori’: nessuno ha certezze in merito al proprio posto di lavoro; si continuano a fare bandi interni negli enti per assumere personale, anche non iscritto all’albo dei formatori, ma solo in base ai curricula, lasciando agli enti la scelta delle assunzioni. Non stanno rispettando dei diritti acquisiti negli anni. Noi continuiamo a chiedere la garanzia per i lavoratori, per tutti i lavoratori del settore“.

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