Bernardino Verro: vittima di mafia, ucciso “per quel soffio di libertà”

Bernardino Verro: vittima di mafia, ucciso “per quel soffio di libertà”

Era il 3 novembre del 1915 quando Bernardino Verro, allora sindaco di Corleone, si accingeva a far ritorno a casa. Ormai giunto nei pressi di via Tribuna licenziò le sue guardie del corpo che, dopo qualche timida protesta, lasciarono che l’uomo percorresse in solitudine l’ultimo tratto di strada che lo separava dalla sua abitazione. Proprio lì però si erano nascosti i suoi carnefici che, vistolo arrivare, gli scaricarono addosso i loro proiettili. Bernardino Verro fece in tempo a comprendere quello che stava per accadere, afferrò la sua pistola, ma non riuscì a difendersi: l’arma infatti si inceppò. In breve tempo il suo sangue, misto all’acqua piovana, tinse il marciapiedi di via Tribuna; l’assassino ebbe tutto il tempo di scappare via.

Ad oggi nessuno sa chi freddò il sindaco di Corleone, tutti sono consapevoli però che si trattava di uno o più sicari assoldati dalla mafia. Ma di quale colpa si era macchiato Bernardino Verro? Perché doveva essere punito in pubblica piazza? Il primo cittadino del paese palermitano era salito al potere grazie ad un vero e proprio plebiscito; ad eleggerlo furono soprattutto le fasce più deboli della società, ed in particolar modo i contadini.

Bernardino Verro fu uno dei massimi esponenti dei Fasci Siciliani, il più acerrimo nemico del gabellato, ossia di quella che Sonnino e Franchetti definirono “borghesia mafiosa“. In sostanza i contadini, anche dopo l’abolizione delle politiche latifondiste, continuavano a subire vessazioni da parte dei proprietari terrieri. Il movimento dei Fasci  Siciliani chiedeva semplicemente una revisione dei contratti agrari. Non ottenuto alcun risultato in proposito, Bernardino Verro organizzò il primo sciopero contadino della storia italiana.

La ribellione, soppressa da Francesco Crispi (allora Presidente del Consiglio) si tradusse per il futuro sindaco di Corleone in un lungo periodo di detenzione, scontato il quale Bernardino Verro diede vita all’Unione Agricola, prima cooperativa agraria siciliana. L’unione fa la forza: grazie a questa antesignana class action, il gruppo vinse la borghesia mafiosa, almeno per qualche tempo, almeno fin quando tramite “U Viddanu” (giornale locale) il sindaco di Corleone non iniziò ad indebolire i detentori del potere e la mafia, aprendo gli occhi alle comunità agrarie del paese.

Adesso, ironia della sorte, si dice che nella tomba originariamente assegnata a Bernardino Verro, uomo simbolo della lotta alla criminalità organizzata, abbia trovato sepoltura Calogero Bagarella, un malvivente imparentato con Totò Riina.

L’uomo che un secolo fa venne acclamato sindaco di Corleone, l’emblema di una Sicilia che sa ribellarsi ai suoi oppressori, di una terra che non è solo mafia e corruzione, giace nei meandri più polverosi della storia. Adesso, a 100 anni dalla morte ed in questo particolare momento storico, il regista siciliano Alberto Castiglione ha deciso di dare nuovo risalto a Bernardino Verro. La storia dell’ex sindaco di Corleone è diventata una pellicola cinematografica intitolata “Per quel soffio di libertà” che, già presentata all’EXPO di Milano e a Palermo (Sala de Seta), verrà presto diffusa tramite i circuiti nazionali. 

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