Disoccupazione, una malattia che può “uccidere”: il racconto

Disoccupazione, una malattia che può “uccidere”: il racconto

CATANIA – “Da più di due anni non poggio la schiena su un letto vero: la mia casa è la strada, il mio rifugio le panchine pubbliche agli angoli della città”.

Sono queste le parole di Antonio Magazzù, il disoccupato cinquantasettenne che, dopo aver fatto la spola tra la capitale e le principali città dello stivale, da quasi un mese vive proprio qui, a Catania.

Vi sarà capitato di incontrarlo durante le vostre passeggiate per le strade del centro storico: Antonio non passa inosservato e, da settimane, trascorre le sue giornate lungo la via Etnea.

Antonio Magazu (6)

Una storia incredibile che in soli quattro anni ha portato il suo protagonista a conoscere tante persone e che gli ha insegnato a vivere con meno dello “stretto indispensabile”.

Parliamo di un uomo distinto, originario della provincia di Messina, con un diploma da infermiere conseguito nel 1988, la cui vita, fino al 2011, si era svolta normalmente. Un matrimonio, due figli e un lavoro in Sardegna, precisamente a Cagliari, per la cooperativa Onlus “New Sanity Card” che, improvvisamente, è stata chiusa dalla Guardia di finanza per “delle irregolarità”.

Da quel momento inizia per Antonio una sequenza senza fine di colloqui andati male e di richieste di lavoro non ascoltate. Nel frattempo, anche la vita privata si complica e dopo il divorzio dalla moglie, si raffreddano i rapporti con i figli che proseguono le loro vite lontano dal padre.

“Inizialmente mi sono trasferito a Roma per stare vicino a mio figlio che era impegnato all’Università – racconta il cinquantasettenne -. Credevo che nella capitale avrei presto trovato un lavoro e invece sono dovuto ricorrere all’aiuto dei volontari della Caritas per andare avanti. Ho provato spesso a rapportarmi con i politici e probabilmente avrete già sentito parlare di me sulle emittenti nazionali – aggiunge -. Vivere nella mia condizione è inumano, ho cercato di darmi fuoco e mi sono anche buttato giù dal Campidoglio, rompendomi una gamba. Il momento più difficile l’ho vissuto quando ho scelto di non partecipare alla cerimonia di laurea di mio figlio, per non metterlo in imbarazzo”.

Proprio il soggiorno romano è fondamentale per gli ultimi sviluppi dell’incredibile storia di Antonio. “Solo dopo essere salito sul tetto del Campidoglio, sono stato ascoltato dalle autorità a cui ho chiesto di aiutarmi – racconta Magazzù -. Intervennero l’allora vicesindaco e il capo di gabinetto che mi assicurarono una stanza in un residence a Torre Angela continua – lì ho convissuto per diversi mesi con un giovane che spesso mi prestava il suo pcÈ tramite i social network che ho conosciuto la persona che mi ha spinto a tornare nella mia terra, proprio nella città dove parecchi anni prima era morta mia madre”.

“Galeotto fu facebook”, così Antonio conosce una donna. Lei, purtroppo è malata di obesità da tempo e un giorno si aggrava perché le vengono le ulcere alle gambe. La decisione di Antonio è quasi inevitabile: va a vivere dalla sua amica per curarla.

A luglio Antonio atterra in territorio etneo e trascorre alcune settimane in compagnia della donna e delle sue figlie. Poi, la tragedia: l’otto agosto la donna muore e Antonio decide di lasciare la sua casa.

È proprio dall’indomani della morte dell’amica che Antonio torna a vivere per strada. Oggi sogna che qualcuno lo noti e gli assicuri un’occupazione ma, se le cose non dovessero cambiare, c’è un “piano b” pronto in cantiere: volare in Germania. “Li, ho degli agganci, potrei ricostruirmi una vita – conclude -. Il problema in Italia è che a cinquant’anni sei vecchio per la società e io voglio avere la possibilità di ricostruirmi una vita anche insieme ad una donna, libero dai pregiudizi che mi hanno oppresso per troppi anni”.

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