Sui beni confiscati alla mafia risponde il procuratore capo Giovanni Salvi

Sui beni confiscati alla mafia risponde il procuratore capo Giovanni Salvi

CATANIA – Sul tema dei beni confiscati alla mafia si discute ormai da anni e sempre con più frequenza poiché si è giunti gradualmente alla piena consapevolezza che l’aggressione ai beni di provenienza illecita sia uno strumento fondamentale per la lotta al crimine mafioso ed economico.

Ma solo di recente – si afferma nella relazione della Commissione per l’elaborazione di proposte normative in materia di lotta alla criminalità di cui il pm Nicola Gratteri è presidente – si è compresa l’importanza di rimettere in un circuito legale tali proventi di origine illegale una volta che lo Stato se ne sia appropriato definitivamente. Si tratta di capitali che non solo devono concorrere alla ripresa economica del Paese, ma soprattutto devono favorire la rinascita di un sistema imprenditoriale legale”.

Secondo quanto emerge dai dati forniti dall’«Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata» la Sicilia è la regione con il più alto numero di beni confiscati ai boss pari a 5.515. Ma di questi solo 2.144 sono dati in gestione.

La città con il maggior numero di beni confiscati alla criminalità è Palermo che ne conta 3.637 (1.581 in gestione), seguita da Catania con 629 (108 in gestione) e Trapani con 386 (55 in gestione). È fuor di dubbio che vi siano delle evidenti criticità nel sistema che ruota intorno a questa delicata questione e per questo abbiamo raggiunto il capo della Procura di Catania Giovanni Salvi che ha risposto ad alcune nostre domande.

Quali sono i problemi nel processo che va dal sequestro alla confisca alla gestione dei beni di provenienza illecita?

Questo è un discorso estremamente lungo e complesso – dice subito Salvi -. Ci sono molte forme di sequestri. Ci sono quelli che vengono fatti nel processo penale a fini di confisca e sono di generi e specie diversa e ci sono quelli nella misura di prevenzione. Quindi c’è una disciplina differente nei due casi con problemi relativi molto diversi tra loro. Naturalmente i problemi principali sono quelli legati alla gestione dei beni confiscati in particolare quando si tratta di aziende ma un altro grosso problema è anche quello del rapporto con l’agenzia dei beni confiscati. Questo è un punto centrale della questione. Ci vorrebbe una buona amministrazione e destinazione dei beni secondo quanto prevede la legge ma da questo punto di vista ci sono molte difficoltà”.

Si dice che l’Agenzia per il sequestro e la confisca dei beni sottratti alla criminalità così com’è oggi non funziona. Quali sono i problemi?

L’Agenzia è sottodimensionata rispetto al numero e alla qualità dei beni che ormai vengono sequestrati. Oggi non vi sono più solo beni immobili, quindi di facile gestione, ma vi sono anche aziende, a volte di notevole valore, che devono essere amministrate sin dal primo momento per consentire non solo la loro sopravvivenza, quando questo sia possibile, ma anche di essere eventualmente liquidate senza creare danni per i lavoratori, per l’azienda stessa e per la collettività. Quindi certamente l’Agenzia presenta un numero limitato di funzionari scelti peraltro secondo criteri più relativi all’amministrazione e alla burocrazia, senza con questo dare un termine negativo, piuttosto che con capacità di vera gestione manageriale. C’è un serio problema che non dipende dalla volontà o capacità di chi amministra ma proprio della struttura dell’agenzia”.

I dati parlano chiaro. Circa il 90% delle attività produttive interessate da provvedimento di sequestro seguito da confisca definitiva falliscono. Cosa accade?

Una parte di queste aziende deve necessariamente fallire o deve essere liquidata perché sono aziende che vivono in un ambiente mafioso illegale e non potrebbero sopravvivere in un ambiente legale. Non pagano le tasse, non pagano gli operai, non pagano i contributi, i fornitori, campano con le merci rubate quindi è chiaro che una volta che vanno sul mercato legale non sono in grado di competere e questo ovviamente non può che portare alla liquidazione. D’altra parte questo è il danno principale che l’impresa illegale fa a quella legale che non è in grado di sostenere la concorrenza di chi opera senza pagare i costi che ovviamente ci sono quando uno comincia a pagare le tasse, l’iva, i contributi e così via. Quindi una parte consistente di queste imprese è destinata a non sopravvivere ed è importante quindi chiuderle subito in maniera che almeno qualcosa di attivo si recuperi. Quelle che invece non sono imprese mafiose in senso stretto ma sono imprese nelle quali magari ci sono stati dei reinvestimenti di utili mafiosi o ci sono stati vantaggi malavitosi che possono essere compensati da altre attività vanno invece gestite da subito secondo criteri imprenditoriali e poi messi sul mercato appena possibile“.

Le banche bloccano i finanziamenti una volta che le imprese passano in mano all’amministrazione giudiziaria. È un problema oggettivo per le aziende?

Certo questo è un problema di cui si discute molto. Le banche non lavorano per beneficenza quindi è necessario che venga garantito loro di poter mantenere il credito aperto per non avere poi dei danni in futuro. Per cui vanno fatte delle scelte ben precise fidando anche sul sistema bancario. Naturalmente si deve tenere conto del fatto che non si può arrivare all’assurdo che un’impresa mafiosa viene sostenuta dal credito e che il credito viene tagliato nel momento in cui c’è una confisca. Ma non è un discorso facile da fare perché, ripeto, le banche devono operare secondo criteri di mercato non di beneficenza“.

Cosa ne pensa della proposta di anticipare la destinazione finale delle aziende prevista oggi solo dopo la condanna definitiva?

Se si riuscisse a realizzare sarebbe una cosa importante. Certo bisogna garantire alla persona a cui il bene è sequestrato che qualora poi non si arrivasse alla confisca definitiva le spetterebbe un ristoro completo del danno eventualmente subito. Però certamente questa situazione è molto gravosa e non fa bene a nessuno quindi una proposta del genere credo che vada nella direzione giusta”.

Per quanto riguarda i beni immobili capita spesso che il bene dato in gestione non è più, dopo tanti anni, nelle condizioni idonee per essere riutilizzato. Cosa si potrebbe fare per questo problema molto sentito?

Spesso capita anche questo che gli immobili che dovrebbero essere destinati dai comuni ad utilizzi sociali non siano di fatto nelle condizioni di essere riutilizzati. Questo è certamente un grosso problema. Bisogna che il volontariato entri nella logica di gestire i beni non soltanto come luogo dove riunirsi o svolgere attività meramente sociali ma anche in maniera economicamente produttiva così che questo possa portare, sempre nell’ambito sociale, a quel minimo di utili che consentirebbero di gestire il bene in maniera responsabile. Finché non si arriverà a questo è necessario che anche da questo punto di vista l’Agenzia per i beni confiscati e le amministrazioni locali provvedano a destinare dei fondi per il recupero di questi beni che altrimenti andranno perduti”.

Quali sono i progetti per cercare di ovviare a tali problematiche?

Le idee sono abbastanza chiare. Esiste un problema di disponibilità di mezzi e non intendo solo risorse finanziarie ma anche umane. Sarebbe necessaria qualche modifica normativa che consenta di andare nella direzione, già ben segnata, di utilizzare questi beni tenendo conto che quelli che non possono stare sul mercato devono essere liquidati nel più breve tempo possibile in maniera che non diventino un costo; mentre quelli che possono stare sul mercato devono essere, ove possibile, liquidati e venduti o comunque resi produttivi al più presto anche da parte di privati senza preoccuparsi molto della possibilità che i mafiosi ne rientrino in possesso perché quando questo avviene abbiamo dimostrato in più occasioni di essere in grado di dissequestrarli”.

Qual è la situazione a Catania?

La situazione è la stessa. Abbiamo tantissimi beni di ogni genere. Siamo probabilmente tra le procure che hanno avuto la maggiore iniziativa in questo settore però scontiamo questo peso così come tutte le altre situazioni del paese. Questo è un grave danno di immagine complessiva perché non si riesce a dare il senso della ragione profonda di questi interventi che è quello di ricostruire un mercato legale che è anche l’unico veramente competitivo. Quindi noi continuiamo ad essere fuori da una competizione internazionale perché nessuno viene ad investire in un mercato così compromesso dall’illegalità. Se non riusciamo a operare effettivamente, diamo l’impressione di essere noi che distruggiamo le ricchezze. Quindi dobbiamo riuscire ad ottenere che finalmente queste cose funzionino bene e la sfida è importante”.

Commenti