La storia di una Palermo che emigra, la fame dei nostri avi e gli sbarchi in terre di speranza

La storia di una Palermo che emigra, la fame dei nostri avi e gli sbarchi in terre di speranza

PALERMO – La “nuova immigrazione” portò 15 milioni di persone provenienti dall’Europa meridionale ed orientale in città atlantiche e del Midwest.

Molte furono le città in cui il fenomeno si fece più evidente, New York insieme con Boston ne sono un esempio concreto. Gli anni tra il 1890 ed il 1940 furono per molti, anni di svolta e di cambiamento, si sperava insomma di trovare una vita migliore, diversa da quella che si aveva nei propri paesi.

Numerosi furono i siciliani ad espatriare, una fra tutte fu Felicia Lo Bue che, nata il 6 febbraio 1890 a Palermo da Vincenzo ed Anna, decise di sbarcare nella terra delle opportunità per eccellenza, la Grande Mela, New York.

A trovare il suo passaporto è Claudia Ancona, che grazie a quel solo euro speso in un mercatino dell’usato di città, ha scoperto le emozioni di una vita cambiata. Un tuffo nel passato il suo che certamente ha voluto condividere con i cittadini del capoluogo siculo, anch’essi sbalorditi e compiaciuti dal felice ritrovamento. 

Si tratta ovviamente di un pezzo di storia che dice molto del nostro passato e di quello che i nostri antenati hanno fatto per un futuro migliore. Un po’ come i clandestini dei giorni nostri che scappano dalla guerra e dalla povertà, anche gli italiani desideravano un destino diverso.

Il passaporto da quanto si evince, è firmato da Felicia con una “x”, che denota senza dubbio alcuno, come ai tempi l’analfabetismo fosse di gran lunga una piaga sociale non indifferente. 

A proposito del viaggio che molti intraprendevano, curiosi di toccare con mano quelle realtà prima a loro sconosciute, Claudia ci dice: “Ritengo che, quando i nostri antenati andavano in America, rispetto ad oggi, trovavano più accoglienza e più possibilità lavorative. Iniziavano magari facendo i camerieri nelle pizzerie e diventavano poi grandi ristoratori una volta trovata quella stabilità economica tale da permettergli di mettersi in proprio. Quel che voglio fare capire è che, chi ha voluto approdare in questa terra, ha sempre trovato grandi opportunità, tant’è che ritengo che questa donna abbia anche guadagnato qualcosa per ritornare. La Sicilia prima o poi chiama comunque, il desiderio di tornare alla tua terra è sempre presente”.

La storia vissuta da Felicia, questa donna coraggio, rispecchia molto quella che molti italiani vivono tutt’ora… ma non solo loro. Migliaia sono gli sbarchi effettuati a Lampedusa da gente che non è in cerca di un qualcosa di migliore, ma di accoglienza, che scappa dalla propria terra con coraggio ed audacia perché non vuole vivere in una realtà fatta di guerra e di fame. 

“Oggi invece con gli immigrati che arrivano, noi in primis non siamo sostenuti nell’andare avanti, non sono sostenuti quei tanti disoccupati che vivono ogni giorno questa crisi che non accenna a cessare. Gli stranieri che arrivano ogni giorno in Sicilia, si rilegano invece soltanto alle case famiglia e si lasciano a se stessi senza tanto futuro. C’è poi chi trova comunque lavoro, un esempio sono quelli che girano per le spiagge cercando di vendere i loro braccialetti e quelli che tentano, in egual maniera, di guadagnare qualcosa con le loro bancarelle. Si arrangiano”.

Ad arrangiarsi non sono certamente gli unici, gli stessi siciliani infatti non godono di una stabilità tale da assicurargli uno stipendio stabile e prima ancora un lavoro. Aiutare chi si rifugia in Sicilia risulta assurdo se si pensa ai tanti che, nonostante ci siano invece nati, non vengono e non sono mai stati tutelati.

“Secondo me, coloro che una volta emigravano in America – continua Claudia – trovavano più possibilità per crescere sia economicamente che socialmente ma non dimenticando mai le loro origini e la loro terra, perché comunque, questo documento è rientrato in Sicilia e proprio a Palermo. Penso che questo sia proprio l’aspetto più importante, non credo che Felicia avesse dei parenti e proprio per questo credo che sia stata una donna abbastanza forte che si è buttata, per disperazione o per coraggio, in una nuova avventura”.

Ma la Sicilia e in questo caso Palermo, sono in grado di dare ad oggi le giuste opportunità? Oppure niente, rispetto agli anni vissuti, è fino ad ora cambiato?

“Essendo un’appassionata di fotografia mi capita, girando la città, di imbattermi in luoghi meravigliosi e pieni di arte. Basti pensare che abbiamo il 60% del patrimonio culturale del Mediterraneo (quindi si parla anche del Nord Africa). Ogni 100 metri abbiamo una chiesa, magari chiusa ma che comunque c’è, come c’è un piccolo museo e come ci sono suggestivi palazzi antichi. Potremmo vivere di turismo ma purtroppo non siamo in grado di sfruttarlo al meglio… figuriamoci all’inizio del secolo, tempo in cui non credo ci fosse questa cultura di godersi l’arte che abbiamo in mano, che nonostante ci sia sempre stata non abbiamo mai compreso a pieno. Secondo me lo Stato, e quindi chi ci governa, non mette in atto una grande politica turistica, poiché se davvero lo facesse non ci sarebbe neanche più disoccupazione con le risorse  e le ricchezze che ci sono”.

Se fossi stata al posto di Felicia, saresti scappata via in cerca di un futuro migliore? 

“Per come sono io, attaccata alle nostre tradizioni, alla nostra sicilianità, a Palermo, a tutti i nostri personaggi, all’aria che si respira, all’aria del mare, alla cultura e a tutta quest’arte che abbiamo e di cui siamo veramente strapieni, onestamente non lo avrei fatto. Ad oggi la penso così perché comunque sono una donna istruita e che lavora. Se fossi stata davvero al posto suo forse anch’io, ovviamente a malincuore e costretta dalla realtà dell’epoca, sarei dovuta partire. Mi piacerebbe un giorno poter incontrare i discendenti di questa donna, è uno dei miei sogni più grandi“.

“Sono contenta – afferma – che sia uscito questo documento, che abbia potuto emozionare delle persone. Ha dato effettivamente un’idea di cosa era l’inizio del secolo, sia a livello del testo scritto a mano, sia per il nome del Re Vittorio Emanuele III, sia per il fatto dell’analfabetismo. Sono contenta che abbia suscitato una certa emozione, è un passaporto storico che ha dato un po’ un’idea di quale poteva essere una condizione, civile e sociale. È riuscito a portare stupore, ha fatto capire come potevamo essere e da dove veniamo, quanto la Sicilia sia una terra ricca ma anche povera allo stesso tempo perché non riesce a dare le giuste opportunità, anche se ci sono. Questo documento ci fa capire quanto forte è stato il desiderio dei siciliani ed il loro coraggio di osare, di andar via e di trovare nuove strade”.

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