Sindacale: vertenze, licenziamenti, proteste, battaglie dure e infinite

Sindacale: vertenze, licenziamenti, proteste, battaglie dure e infinite

PALERMO – Un altro anno si è concluso, c’è chi spera in qualcosa di positivo, di meglio, chi, invece, può accontentarsi di come sono andate le cose in questo 2016.

Sicuro, però, è che migliaia di lavoratori avranno molto di cui lamentarsi. Numerose, infatti, le vertenze legate a diverse aziende e a situazioni economiche spinose. Alcune delle quali storiche e che hanno avuto inizio anche più di un anno fa.

L’ultimo anno solare, e anche quello precedente, hanno visto tanti dipendenti della Myrmex battagliare a lungo per evitare il licenziamento. Tuttavia, l’azienda di eccellenza nel campo della ricerca farmaceutica ha dato una doccia fredda a 62 dipendenti lo scorso febbraio. Il tutto nonostante fossero stati finanziati 15 milioni di euro. Una lotta, però, proseguita anche dopo, con la messa in vendita della Myrmex. Dopo lunghi confronti con sindacati e lavoratori, pronti a prelevare l’azienda, in molti sono rimasti nuovamente di sasso: la ditta, infatti, appena qualche giorno dopo il licenziamento, è stata messa in vendita per 9 milioni di euro.  Da qui, una nuova battaglia ricca di incontri con il presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, e la speranza di riuscire nel proprio obiettivo e ridare lavoro a 62 persone. Una luce che, però, ha perso sempre più la sua intensità: ad oggi sembra non essere cambiato nulla. L’ultima protesta risale allo scorso 7 dicembre davanti all’ex Palazzo ESA di Catania: le parole di Crocetta non sono ancora diventate realtà.

Sugli strascichi dell’anno precedente, c’è anche la rabbia dei dipendenti della ST Microelectronics. Il “colpo gobbo” è arrivato nel luglio del 2016, quando l’azienda, unilateralmente, ha preso la decisione di sospendere i turni domenicali e, ancor peggio, non pagare più gli straordinari. Una scelta molto discutibile da parte di un colosso come la ST, specialmente in relazione al fatto che sono previsti ulteriori finanziamenti per la realizzazione del padiglione M9, garantendo nuovi posti di lavoro. Assunzione? Un paradosso secondo i sindacati, che si sono scatenati. Anche perché è bene ricordare che, nel 2015, furono licenziate 2 mila persone.

Leggermente diversa la storia che ha visto protagonista l’Azienda Metropolitana Trasporti di Catania. Una vicenda scoppiata all’inizio di quest’anno ma che è vittima, evidentemente, dei retaggi del passato. Troppi i crediti vantati dall’AMT nei confronti del Comune di Catania e della Regione: oltre 30 milioni di euro complessivamente. Tanti, tantissimi forse. Così, la partecipata ha rischiato il fallimento toccando momenti davvero difficili e delicati della propria esistenza. Mezzi in circolazione al minimo storico, 29 autobus in circolazione in piena estate, oltre che rabbia da parte dell’utenza, spesso sfociata in atti violenti nei confronti di autisti e controllori. Un continuo tira e molla fatto di vertenze sindacali, incontri e “finti incontri”. Alla fine di novembre la svolta: cambio al vertice, con presidente Puccio La Rosa. Nel frattempo si sblocca anche qualcosa dalla Regione: così la situazione, ad oggi, è migliorata. Mezzi nuovi e sufficienti a soddisfare le necessità della città. Il perfetto equilibrio ancora è lontano, ma la strada intrapresa è quella giusta.

Situazione molto delicata, invece, per tutti coloro che sono impiegati nei call center. Due aziende diverse, un’unica battaglia. I primi sono quelli della Qè di Paternò. La bomba è esplosa a giugno, quando i sindacati si sono schierati duramente contro l’azienda per la mancanza di alcuni pagamenti: da aprile, infatti, i dipendenti non percepivano lo stipendio. Una situazione che avrebbe dovuto avere qualche svolta in seguito agli incontri con l’amministrazione, cosa mai avvenuta. Così, a settembre, la brutta notizia: 600 persone pronte per la cassa integrazione e numerose famiglie a rischio. Un colpo di grazia arrivato a causa di un debito di 6,5 milioni di euro per il mancato pagamento dell’IVA. Numerose le proteste dei dipendenti davanti ai palazzi istituzionali e a quelli della stessa azienda. Le ultime, lo scorso novembre davanti alla prefettura di Catania, nella speranza di salvare il posto di 233 dipendenti, e il 16 dicembre all’INPS, sperando di far valere i diritti di chi è stato licenziato per interessi privati.

Altrettanto scomoda la posizione dei lavoratori Almaviva di Palermo, rientrati in quel vortice di licenziamenti dovuti alla crisi e che hanno visto coinvolte anche le città di Napoli e Roma. Solo nel capoluogo siciliano hanno visto l’oblio 1.670 dipendenti. Colpa, secondo i sindacati (e non solo), di una cattiva gestione del settore dei call center, diventato ormai un vero punto di forza nell’economia. Ad essere scritta nella lista nera è la gara al ribasso degli appalti per le concessioni, che penalizzano azienda e, conseguentemente i lavoratori. Una lunga trattativa che ha visto coinvolto anche il Ministero dell’Economia, chiamato in causa per tutelare i diritti dei dipendenti e per evitare la delocalizzazione delle commesse. L’ultimo epilogo a dicembre, prima con la conferma del trasferimento di oltre 60 persone a Rende (Cosenza) e oltre 200 a Molfetta (Bari). Qualche giorno dopo, poi, altra dura battaglia contro il taglio degli stipendi. Una storia che, sicuramente, continuerà ancora.

Il 2016 è finito, non resta che sperare in qualcosa di meglio per l’anno nuovo. Il lavoro è un diritto.

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