“Bruceremo il Mediterraneo”. La minaccia Isis raggiunge la Sicilia

“Bruceremo il Mediterraneo”. La minaccia Isis raggiunge la Sicilia

GELA – Il gasdotto denominato “Greenstream” che collega la Sicilia alla Libia, Gela a Tripoli, come un lungo cordone ombelicale. Un cordone che il Califfato Isis intende tagliare con brutale violenza.

È così che gli jihadisti, allungando la loro mano oscura dall’Iraq alla Siria e poi alla Libia, hanno deciso di giocare con la mente del popolo siciliano, minacciando di bruciare il Mediterrano e millantando missioni “sacre” affidategli dal loro “Dio”. Anche se, diciamolo, gli orrori perpetrati da questi cosìddetti “fedeli” hanno ben poco a che vedere con il concetto di religione. 

Le onde ancora ci separano, ma questo è un mare piccolo, è una promessa al nostro Profeta. State attenti, ogni stupido passo vi costerà caro. Ogni stupido passo incendierà tutto il Mediterraneo“.

Sono queste le ultime parole apparse sul profilo twitter del califfato jihadista. Parole che fanno da propaganda ad una campagna in cui il “terrore” da instillare nell’animo dell’uomo, è alla base di ogni cosa.

Esperti di strategie militari, diplomatici, editorialisti, uomini e donne delle istituzioni discettano sulla pericolosità dell’Isis. Per alcuni rappresenta solo un grande “mulino a vento”, che usa la ferocia per crearsi un’immagine di invincibilità, per altri un pericolo reale e imminente da combattere prima che sia troppo tardi. 

I primi demandano alle Nazioni Unite ogni decisione, perché un intervento militare “di pacificazione” venga svolto sotto l’egida della “legalità internazionale”. Gli altri ricordano che le Nazioni Unite sono guidate da un Consiglio di sicurezza legato, i cui membri dispongono di un diritto di veto.

La classe politica isolana non ha mai messo la questione al centro del suo “ordine del giorno”. Sentiamo parlare tanto di malasanità e di scandali politici in questi giorni, ma a nessuno dei politicanti al governo siciliano è mai venuto in mente di approfondire il problema. Come se non fossero bastate le migliaia di innocenti arsi vivi, sgozzati o decapitati; come se non fosse bastato vedere uomini, donne e bambini, rinchiusi in gabbia e mostrati al mondo come carne da macello; come se l’attacco subito dai nostri “cugini” francesi, non fosse bastato a far capire quanto davvero vicino sia questa minaccia.

No! Evidentemente neanche le ultime parole del califfato, che minacciano di creare una lunga linea di fuoco, sono state utili a far sobbalzare dalla sedia i nostri rappresentanti. E quindi? Quindi missione apparentemente compiuta per gli jihadisti dell’Isis, in quanto, nonostante il pericolo sia davvero imminente, non vengono ugualmente presi sul serio dalla classe politica siciliana, che, ancora una volta, spera di poter restare solamente a guardare, senza realmente intervenire.

Neanche ora che “Greenstream” è diventato qualcosa di più che una semplice linea rossa su di una mappa. Un gasdotto che ora rappresenta un legame fisico, la promessa di devastanti rappresaglie, la prova che quelle duecento miglia marine che dividono le due sponde, sono cancellate da quel lungo cordone ombelicale.

Nonostante la verità vada sempre cercata nel mezzo e non vadano creati inutili e altrettanto pericolosi allarmismi, non si può però negare come la Sicilia sia la regione d’Italia più esposta, non solo perché “frontiera” per migliaia di emigranti costretti ad abbandonare le proprie case da abili manipolatori, nonché pericolosi criminali, ma per il fatto che ospita le basi militari europee più importanti della Nato e degli Stati Uniti d’America.

È dunque arrivato il momento di mettere in evidenza il problema, un problema fin’ora troppo sottovalutato. La minaccia è “geograficamente” vicina, l’imprevedibilità dell’Isis la rende insopportabile. L’isteria, come raccomanda il premier, è da bandire, ma l’inerzia pure.

Commenti